Quarto racconto - parte prima

scritto da Beppe Tritone
Scritto 24 ore fa • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
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In cui arriva qualcuno che nessuno aveva invitato.
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Testo: Quarto racconto - parte prima
di Beppe Tritone

Arrivò di mattina presto, quando il paese non è ancora deciso se svegliarsi o restare com’era.

Non scese da un’auto elegante.
Non portava valigie.
Non chiese informazioni.

Si fermò in mezzo alla piazza, guardò il bar, il Museo, il confine,
e disse solo:
«Ah. Eccovi.»

Nessuno rispose.
Perché nessuno aveva la minima idea di chi fosse,
ma tutti ebbero subito la sensazione che non se ne sarebbe andato facilmente.

Il barista fu il primo a reagire.
«Un caffè?»
«No,» disse quello. «Sono qui per sistemare.»

Brutta parola.
A San Pellegrino in Alpe, sistemare aveva sempre significato spostare qualcosa che dava fastidio.

Gino Balocchi, dalla finestra della redazione, prese il taccuino nuovo.
Non per entusiasmo.
Per difesa.

Il commissario Passalacqua osservava da lontano, già sudando.
Non c’era nessun reato.
Ed era questo il problema.

L’uomo si sedette su una panchina che non era sua.
Prese un taccuino anche lui.
Ma non scriveva.
Faceva segni.

Il confine oscillò.
Poco.
Come quando sente odore di guai amministrativi.

Qualcuno sussurrò:
«Chi è?»
Qualcun altro rispose:
«Uno che resta.»

E infatti restò.

E San Pellegrino in Alpe capì, con un ritardo di pochi minuti,
che la giornata sarebbe stata lunga.

L’uomo tirò fuori un metro pieghevole.
Non per misurare cose grandi.
Per misurare distanze minime:
tra un tavolo e l’altro al bar,
tra il Museo e la prima casa,
tra la panchina e il confine.

«È per sicurezza,» disse a nessuno in particolare.

Il paese si strinse di mezzo passo.

Gino Balocchi annotava tutto, ma senza capire cosa scrivere come titolo.
“Controllo?”
“Sopralluogo?”
“Visita tecnica?”
Nessuna parola stava in piedi.

Il commissario Passalacqua si avvicinò, con cautela.
«Scusi… lei sarebbe?»
«Un verificatore,» rispose l’uomo.
«Di cosa?»
«Di coerenza.»

Silenzio.
La coerenza era una materia che a San Pellegrino in Alpe non si insegnava da anni.

L’uomo segnava, annuiva, faceva un piccolo verso con la bocca,
come quando una cosa non torna ma non è ancora illegale.

«Qui il confine si muove,» disse a un certo punto.
«Sì,» rispose qualcuno, «ma solo un po’.»
«È già troppo,» concluse lui.

Il barista smise di asciugare i bicchieri.
Ermete, seduto alla sua sedia, incrociò le braccia.
Aveva già visto quel tipo di persona.
Quelli che non spariscono nessuno: li normalizzano.

Il verificatore si sedette e disse:
«Da domani, iniziamo.»

«Cosa?» chiese qualcuno.
«A rendervi compatibili.»

Il confine oscillò più forte.
Non per protesta.
Per nervosismo.

E da qualche parte, lungo il sentiero,
Riccardo F. starnutì.

Non perché avesse freddo.
Perché qualcuno stava usando parole pericolose.

Il bar era silenzioso.
Persino il solito rumore dei bicchieri sembrava trattenuto, come se avesse capito che quella volta era meglio stare zitto.

Il verificatore piegò il metro, lo mise nel taschino storto della giacca e disse:
«Non sono qui per voi.»

Tutti si guardarono.
«Non per noi?»
«No. Per chi vi ha dimenticato.»

Il commissario Passalacqua tossì nervoso.
«Chi?»
«Il sindaco,» rispose l’uomo senza alzare gli occhi.
«Sempre lui.
A Roma, a gestire leggi, decreti, e ora… coerenze.»

Il barista sbiancò.
«Ma il sindaco non è mai qui!»
«Appunto,» disse il verificatore.
«Ecco perché è così efficace: non si fa vedere, ma tutto ciò che non funziona… viene tracciato.»

Gino Balocchi annotava a raffica.
«Quindi… è come una mappa di controllo invisibile?»
«Perfetto,» disse il verificatore. «Ma invisibile solo fino a quando non arrivo io.»

Ermete si alzò dalla sedia.
«E quindi noi dobbiamo… cosa? Collaborare?»
«No,» disse l’uomo.
«Solo… non fare rumore. Non resistere.
Chi urla troppo attira attenzione.
Chi tace troppo… peggiora le cose.»

Il confine oscillò piano, quasi per dire: ecco, è così che funziona la paura gentile.

Passalacqua deglutì.
«Ma… possiamo mandarlo via?»
Riccardo F., seduto in un angolo, piegò la testa e sospirò.
«Mandarlo via?» disse con tono calmo. «Avete già deciso di farvi misurare senza accorgervene.
Il problema non è lui. È che siete facili da misurare.»

Il barista asciugò l’ultimo bicchiere.
Il paese respirò piano.
Ermete si sedette di nuovo, con lo stesso sorriso sottile:
«Ah. Allora è il gioco di sempre,» disse. «Io guardo, loro fanno finta.
E qualcuno pensa di decidere qualcosa.»

Il verificatore annuì e disse solo:
«Domani iniziamo le rilevazioni ufficiali.»

Il confine oscillò un’ultima volta.
Non per protesta.
Solo per curiosità nervosa.

E San Pellegrino in Alpe capì che, questa volta, non sarebbe bastata una sparizione per far dimenticare.

Riccardo F. non era seduto davvero nel bar.

Questo lo capì Gino Balocchi quando si rese conto di una cosa semplice:
nessuno, tranne lui, sembrava averlo visto entrare.

«Scusa,» chiese sottovoce al barista,
«Riccardo quando è arrivato?»
Il barista lo guardò strano.
«Chi?»

Gino si voltò.
La sedia nell’angolo era vuota.

Riccardo F. era lì solo come possibilità.
Come quando uno sa che, se una cosa si mette male, qualcuno potrebbe arrivare.
E questa consapevolezza basta a rovinare il sonno.

Il verificatore, intanto, aveva aperto il taccuino ufficiale.
«Oggi misuriamo le anomalie minori,» disse.
«Quelle che non risultano, ma danno fastidio.»

Misurò:

la distanza tra il Museo e la piazza (troppo simbolica)

il numero di sedie “non assegnate” al bar (una di troppo: quella di Ermete)

il confine, che si rifiutò di stare fermo

«Questo movimento è inaccettabile,» disse il verificatore.
«È irregolare.»

Ermete sorrise.
«È vivo,» rispose.
Il verificatore non apprezzò.

Fu allora che Passalacqua ebbe una sensazione precisa:
se Riccardo F. fosse stato lì davvero, avrebbe già detto qualcosa.
E invece no.
Questo voleva dire una cosa sola:
stava osservando da lontano.

Gino lo capì e scrisse solo una frase sul taccuino:
“Quando Riccardo non c’è, è perché qualcuno sta per fare un errore grossissimo.”

Il verificatore chiuse il metro con uno scatto secco.
«Domani passeremo alle correzioni.»

Il confine oscillò più forte.
Non per ribellione.
Per anticipazione.

E da qualche parte, non al bar e non nel paese,
Riccardo F. stava decidendo
se valesse la pena tornare davvero.

Il Dopolavoro Ferroviario non aveva partecipato a nulla.
E questo, a San Pellegrino in Alpe, non era normale.

Se ne accorse Ermete per primo.
«Avete notato che quelli del Dopolavoro non dicono niente?»
Silenzio.
Qualcuno fece finta di non capire.
Qualcuno capì benissimo e cambiò discorso.

Gino Balocchi controllò l’agenda.
Era il terzo giorno consecutivo che il Dopolavoro non apriva.
Niente briscola, niente lamentele, niente mozioni inutili.
Un’assenza innaturale.

«Quando il Dopolavoro tace,» disse Ermete,
«vuol dire che qualcuno gli ha promesso ordine.»

Come se fosse stato evocato, il verificatore comparve davanti all’edificio.
Lo osservò a lungo.
Non con sospetto.
Con interesse professionale.

«Ecco,» disse soddisfatto.
«Qui c’è materiale.»

Il commissario Passalacqua sbiancò.
«Materiale?»
«Regolamenti non aggiornati.
Verbali confusi.
Memorie storiche contraddittorie.
Perfetto.»

Il Dopolavoro, a differenza del bar, aveva tutto ciò che il verificatore amava:
carte vecchie, ruoli inutili, gerarchie senza potere reale.
Un posto ideale per rimettere ordine senza che nessuno capisca cosa perde.

Dentro, i soci erano seduti in silenzio.
Non per disciplina.
Per attesa.

Uno disse:
«Secondo voi, se facciamo come dice lui, poi ci lasciano stare?»
Un altro rispose:
«È sempre così che inizia.»

Il confine oscillò.
Non guardava il bar.
Guardava il Dopolavoro.

E da qualche parte, molto più vicino di prima,
Riccardo F. decise che sì:
ora valeva la pena tornare.

Il verificatore entrò al Dopolavoro Ferroviario con rispetto.
Non per le persone.
Per le scartoffie.

«Ah,» disse guardandosi intorno,
«qui il tempo si è stratificato male.»

C’erano manifesti scoloriti di feste che nessuno ricordava,
regolamenti scritti a macchina e mai aboliti,
sedie numerate che non corrispondevano più ai soci vivi.

«Perfetto,» mormorò.
«Qui possiamo intervenire.»

I soci erano seduti in fila, composti.
Nessuno parlava.
Non per disciplina, ma per quella vecchia paura ferroviaria
di chi ha sempre saputo che l’orario conta più delle persone.

Il verificatore cominciò:
«Articolo uno: il Dopolavoro deve avere una funzione chiara.»
«Ce l’ha,» disse uno.
«Bere, giocare a carte e ricordare male.»
Il verificatore prese nota.
Non sorrise.

«Articolo due: niente più tavoli spostabili.»
Un mormorio attraversò la sala.
I tavoli spostabili erano l’ultima libertà rimasta.

«Articolo tre: ogni socio deve avere una sedia assegnata.»
Ermete, presente ma defilato, sentì un brivido.
Le sedie tornavano sempre.

Gino Balocchi annotava tutto, già sudando.
Sapeva che quello non era un regolamento.
Era una riscrittura del carattere.

Fu allora che la porta si aprì.

Riccardo F. entrò senza fare rumore.
Stessa giacca, stessi occhiali storti.
Questa volta era davvero lì.

Il verificatore alzò lo sguardo.
Si studiavano come due persone che parlano la stessa lingua
ma non lo stesso dizionario.

«Lei è?»
«Uno che si siede dove capita,» disse Riccardo,
prendendo una sedia non numerata.

Il verificatore fece una smorfia.
«Non è conforme.»
«Lo so,» rispose Riccardo.
«È per questo che funziona.»

Il Dopolavoro trattenne il fiato.
Il confine, fuori, fece un movimento ampio,
quasi di sollievo.

Il verificatore chiuse il taccuino.
«Ne parleremo.»
Riccardo annuì.
«Sempre.»

E in quel momento fu chiaro a tutti che
l’ordine aveva trovato un problema.

Il verificatore non disse nulla subito.
Fece quello che fanno quelli abituati al controllo quando incontrano qualcosa che non rientra nei parametri:
rimandò.

Il giorno dopo tornò al Dopolavoro con una cartellina nuova.
Più spessa.
Più seria.

«Lei non risulta,» disse a Riccardo F., senza alzare gli occhi.
«Capita spesso,» rispose Riccardo.

«Non è iscritto.»
«Non mi iscrivo.»
«Non ha ruolo.»
«Neanche lei, davvero.»

Il verificatore sollevò lo sguardo.
Era la prima volta che qualcuno gli diceva una cosa del genere.

«Io ho un mandato.»
Riccardo annuì.
«E io ho tempo.»

Silenzio.
Uno di quei silenzi che non si possono verbalizzare.

Gino Balocchi capì che quello non era uno scontro personale.
Era uno scontro tra chi misura e chi osserva.

Il verificatore fece scorrere un dito sulla lista.
«Lei occupa una sedia non assegnata.»
«Sì.»
«E questo crea ambiguità.»
«No,» disse Riccardo. «La rivela.»

Ermete, seduto poco lontano, sorrise.
Il Dopolavoro respirava piano, come se avesse paura di fare rumore.

«Tornerò con una soluzione,» disse il verificatore.
«Io resto,» rispose Riccardo.

Il confine oscillò.
Non per protesta.
Per approvazione discreta.

E San Pellegrino in Alpe capì una cosa nuova:
che non tutto ciò che disturba è sbagliato,
e che la vera anomalia
è chi pretende di sistemare senza capire.

Fu Riccardo F. a dirlo per primo, come se stesse parlando del tempo.

«A proposito,» disse, guardandosi intorno,
«dov’è finito Donato?»

Il Dopolavoro si bloccò.
Non di colpo.
Di lato.
Come quando una frase entra piano ma non trova posto.

Donato c’era sempre stato.
Sempre.
Anche quando non serviva.
Anche quando dava fastidio.
Era quello che:

apriva e chiudeva

decideva chi poteva lamentarsi

custodiva le chiavi e le eccezioni

E adesso non c’era.

«È a casa,» disse qualcuno.
«Non sta bene.»
«È uscito un attimo.»

Riccardo annuiva a ogni risposta, come se le stesse collezionando.
Il verificatore, invece, prese nota.
Non delle scuse.
Dell’assenza.

«Curioso,» disse.
«Proprio oggi che stabiliamo le responsabilità operative.»

Ermete incrociò le braccia.
«Donato non ama le responsabilità operative,» disse.
«Ama le cose che funzionano male ma vanno avanti lo stesso.»

Silenzio.
Era una descrizione perfetta.

Gino Balocchi scrisse una frase sola:
“Donato non è contrario all’ordine, ma neppure disposto a capirlo.”

Il verificatore chiuse la cartellina.
«Allora nomineremo un referente temporaneo.»
Un mormorio attraversò la sala.
Referente temporaneo era una di quelle espressioni
che diventano eterne senza avvisare.

Fu allora che la porta del Dopolavoro si aprì.

Donato entrò.
In ritardo.
Con le chiavi in mano.
E l’aria di uno che aveva capito tutto troppo tardi.

«Scusate,» disse.
«Avevo da fare.»

Il verificatore lo guardò come si guarda un mobile fuori standard.
Riccardo F., invece, sorrise storto.
«Perfetto,» disse.
«Adesso sì che possiamo cominciare.»

Il confine, fuori, fece un movimento secco.
Non per nervosismo.
Per interesse autentico.

Perché a San Pellegrino in Alpe,
quando tornano quelli che tengono insieme le cose male,
vuol dire che qualcuno sta per provare a farle funzionare troppo bene.

Il Dopolavoro sembrava tranquillo.
Solo apparentemente.

Il verificatore si avvicinò al banco.
«Signor Donato,» disse con tono ufficiale,
«dobbiamo stabilire regole precise.
Le misurazioni iniziano oggi.»

Donato, dietro al bancone, stava scarabocchiando un vecchio foglio dei punteggi della briscola.
Non guardò subito l’uomo.
Non serviva.

«Regole precise,» mormorò,
«queste parole sono per quelli che non capiscono il gioco.»

«Ma lei ha un ruolo,» insistette il verificatore,
«e deve…»
«…sbagliare i punteggi,» completò Donato, con calma olimpica.
«Apposta.
È l’unico modo per ricordarsi che nessuno vince davvero, nemmeno quando crede di vincere.»

Ermete, seduto in un angolo, annuì appena.
«Ecco,» disse piano, «questa è filosofia applicata al Dopolavoro.»

Il verificatore sbuffò.
«Non è compatibile.»
«Non deve esserlo,» rispose Donato.
«Se tutto fosse compatibile, le sedie si metterebbero a piangere.»

Gino Balocchi stava scrivendo tutto,
ma non come cronista.
Come uno che sa che alcune regole vanno ignorate per capirne il senso.

Donato si alzò, andò al tavolo centrale e distribui carte a caso.
Poi si sedette, sorridendo storto.
«Ora giochiamo,» disse.
«O meglio: facciamo finta che conti.»

Il confine oscillò.
Non per nervosismo.
Per rispetto per chi sa sbagliare con metodo.

Il verificatore chiuse la cartellina.
«Questo renderà tutto più difficile.»
Donato fece un gesto teatrale, come a dire:
«Benvenuto nella realtà di San Pellegrino in Alpe.»

E Riccardo F., che fino a quel momento era rimasto ombra silenziosa, si spostò appena, pronto a intervenire
solo se qualcuno prendesse sul serio la regola del punteggio.

Il verificatore posò il metro e tirò fuori un blocco nuovo, più grande, con tabelle e numeri.
«Signor Donato,» disse con tono solenne,
«oggi applichiamo una regola chiara. Il punteggio della briscola deve essere corretto.»

Donato lo guardò.
Con calma da filosofo antico.
«Corretto?» mormorò.
«Ah. Vede, il punteggio corretto è una convenzione dei cuori deboli.»

Distribuì le carte senza guardarle.
Ogni carta cadde in un punto diverso dal previsto, sfidando ogni logica.
«Ecco la prima lezione,» disse Donato,
«la regola più ferrea può essere piegata se ci sono occhi che vedono altro.»

Il verificatore sbuffò, già sudato.
Cercava di scrivere tutto sul blocco.
«Ma… ma così non si capisce chi vince!»
«Esatto,» disse Donato, sedendosi, «è il bello della vita.»

Ermete scoppiò a ridere.
«Ecco, la filosofia spiegata a numeri!»
«Oppure,» aggiunse Riccardo F., uscendo finalmente dall’ombra,
«la realtà che sorride a chi vuole piegarla.»

Il verificatore chiuse il blocco.
«Non può continuare così.»
Donato fece un gesto elegante, come se stesse indicando un quadro invisibile:
«Continuerò così finché qualcuno crede che i numeri contino più dei sorrisi.»

Gino Balocchi annotava tutto, senza vergogna.
Sapeva che quello che stava succedendo non sarebbe finito su un giornale:
era troppo importante, troppo vero.

Il confine oscillò piano, come se applaudisse senza fare rumore.
Il Dopolavoro capì che il caos aveva vinto un round.
Ma anche che quel caos aveva senso.

E il verificatore, per la prima volta, ammise dentro di sé che non avrebbe mai sistemato tutto.
Non del tutto.
Non mai.

Il verificatore capì che con Donato non funzionava l’attacco frontale.
Così fece la cosa peggiore possibile: diventò gentile.

Portò moduli nuovi, stampati bene.
Offrì caffè.
Disse frasi come “collaborazione” e “valorizzazione delle specificità locali”.

Donato lo ascoltava mentre segnava un punteggio sbagliato di proposito.
«Sta cercando di convincermi,» disse piano,
«ma io sono già convinto del contrario.»

Il verificatore sorrise tirato.
«Non vogliamo cambiare lo spirito del Dopolavoro,» disse.
«Solo renderlo… leggibile.»

Ermete sollevò lo sguardo.
«È sempre lì che iniziano i problemi.»

Gino Balocchi scriveva più lentamente del solito.
Aveva capito che quello era il momento pericoloso:
non quando ti ordinano, ma quando ti spiegano perché dovresti essere d’accordo.

«Vedete,» continuò il verificatore,
«se tutti seguono la stessa procedura, nessuno resta indietro.»
Donato annuì.
«Certo.
E quelli davanti chi li aspetta?»

Silenzio.
Uno di quei silenzi che non entrano nei verbali.

Il verificatore propose un “progetto pilota”.
Un tavolo solo, una partita sola, un punteggio corretto.
«Per prova,» disse.

Donato accettò.
Ma sbagliò il punteggio in modo elegante.
Solo di un punto.
Abbastanza da far dubitare tutti.

Il confine oscillò, compiaciuto.
Riccardo F. osservava senza intervenire.
Sapeva che la partita vera non era a carte.

Il verificatore capì che la strategia stava fallendo.
E quando un controllore capisce questo,
restano due strade:
o andarsene,
o alzare il livello.

Scelse la seconda.

E il paese, che aveva finto di non capire fino a quel momento,
cominciò a preoccuparsi sul serio.

La circolare arrivò piegata male, infilata sotto la porta del Dopolavoro.
Carta bianca, timbro blu, linguaggio pulito.
Troppo pulito.

Donato la lesse una volta.
Poi una seconda.
Poi la usò per segnare un punteggio completamente sbagliato.
«Brutta cosa,» disse.
«Quando la carta crede di sapere più delle persone.»

La circolare parlava di:

adeguamento

standard minimi

responsabilità nominali

Parole che non avevano mai giocato a briscola in vita loro.

Il verificatore osservava in silenzio.
Quella non era più una prova.
Era una mossa ufficiale.

Gino Balocchi capì che la storia stava uscendo dal paese.
Quando arrivano le circolari, vuol dire che qualcuno ha deciso da lontano.

«Cosa succede se non firmiamo?» chiese qualcuno.
Il verificatore sorrise.
«Nulla.»
Pausa.
«Per ora.»

Il confine oscillò più lento del solito.
Non per nervosismo.
Per tristezza amministrativa.

Donato posò la circolare sul tavolo.
«Io non firmo,» disse.
«Perché non sono contrario all’ordine.
Sono contrario a chi non sa quando fermarsi.»

Silenzio.
Poi qualcuno applaudì piano.
Subito smise, come se avesse fatto qualcosa di illegale.

Riccardo F. fece un passo avanti.
«Questa circolare,» disse,
«non serve a sistemare il Dopolavoro.
Serve a capire chi siete.»

Il verificatore annuì.
«Esatto.»

E in quel momento fu chiaro a tutti che la questione non era più il punteggio,
né le sedie,
né le carte.

Era una prova di allineamento.

La circolare rimase sul tavolo tutto il giorno.
Non perché nessuno volesse firmarla.
Ma perché tutti volevano guardare chi sarebbe stato il primo.

Il verificatore non sollecitò.
Sapeva che la fretta rovina le prove.

Il primo a firmare fu uno che non parlava quasi mai.
Lo fece in silenzio, con una grafia piccola.
«Per stare tranquilli,» disse.
E quella frase fece più rumore di un urlo.

Il secondo firmò perché il primo aveva firmato.
Il terzo per non restare fuori.
Il quarto perché “tanto cosa cambia”.

Donato guardava.
Non giudicava.
Segnava mentalmente un altro tipo di punteggio.

Ermete non firmò.
Non per principio.
Per memoria.

Gino Balocchi chiese tempo.
Il verificatore glielo concesse con un sorriso pericoloso.

Riccardo F. non firmò perché nessuno glielo aveva chiesto.
E perché, anche se glielo avessero chiesto,
avrebbe trovato un modo elegante per non farlo.

Il paese non si divise in due.
Si divise in sfumature.
E quelle sono le più difficili da ricomporre.

Il confine oscillò appena.
Come quando non vuole prendere posizione.

Donato, alla fine, piegò la circolare.
La mise sotto il bancone.
«Questa carta,» disse,
«non decide nulla oggi.
Ma domani qualcuno la userà per ricordarci chi siamo stati.»

Il verificatore raccolse le firme.
Non tutte.
Abbastanza.

E San Pellegrino in Alpe capì che il problema non era chi aveva firmato.
Era perché l’aveva fatto.

Le conseguenze non arrivarono con rumore.
Arrivarono ordinate.

Un cartello nuovo comparve al Dopolavoro:
Orari aggiornati – accesso regolamentato.
Nessuno ricordava di averlo chiesto.

Il tavolo vicino alla finestra venne spostato.
«Per sicurezza,» disse il verificatore.
La finestra non era mai stata pericolosa prima.

Chi aveva firmato trovò il proprio nome su un elenco.
Non grande.
Non ufficiale.
Ma sufficiente a far sentire qualcuno dentro e qualcun altro di troppo.

Donato continuava a servire vino come sempre.
Ma sbagliava i conti con più attenzione del solito.
«Quando l’ordine aumenta,» disse a bassa voce,
«bisogna aumentare anche l’errore, sennò non si bilancia.»

Ermete provò a sedersi a un tavolo “riallocato”.
Il verificatore lo fermò con gentilezza.
«Non è più previsto.»
Ermete annuì.
«Capisco.
Anch’io, a un certo punto, non ero più previsto.»

Gino Balocchi notò che la gente parlava meno.
Non per paura.
Per prudenza strategica.
Che è peggio.

Riccardo F. osservava tutto senza intervenire.
Non perché non volesse.
Perché sapeva che le prime conseguenze servono a capire
chi accetta il prezzo senza chiedere il resto.

Il confine oscillò piano.
Quasi impercettibile.
Come quando si restringe un margine senza dichiararlo.

Donato guardò il cartello degli orari.
Poi il verificatore.
«Mi dica una cosa,» chiese.
«Quando finiamo di stare tranquilli?»

Il verificatore non rispose subito.
Poi disse:
«Quando tutto sarà in ordine.»

Donato sorrise.
«Allora non finiremo presto.»

E per la prima volta,
qualcuno che aveva firmato
cominciò a chiedersi
se la tranquillità fosse davvero inclusa nel pacchetto.

La protesta nacque davanti al Dopolavoro,
ma non sapeva ancora di essere una protesta.

Era composta da tre persone e mezzo.
Il mezzo era uno che passava di lì per caso e si fermò per curiosità,
che è il primo stadio di ogni dissenso mal riuscito.

Qualcuno disse:
«Non è giusto.»
Qualcun altro rispose:
«Sì, però capiamoli.»
E così, in meno di cinque minuti,
la protesta cominciò a mediare con se stessa.

Il verificatore osservava dalla distanza giusta.
Non abbastanza vicino da essere coinvolto.
Non abbastanza lontano da non contare.

Donato uscì con un bicchiere in mano.
Non per bere.
Per avere qualcosa da fare mentre ascoltava.
«Se protestate,» disse calmo,
«fatelo male.
Altrimenti vi verrà voglia di aggiustarvi.»

Ermete annuì.
«Una protesta ordinata è solo un modulo compilato male.»

Qualcuno tirò fuori un cartello.
C’era scritto: Ridateci il tavolo.
Il verificatore sorrise.
Era una richiesta piccola.
Gestibile.
Perfetta per essere concessa a metà.

Riccardo F. capì che così non sarebbe servito a nulla.
La protesta stava chiedendo permesso.

Si avvicinò piano.
Non parlò subito.
Aspettò che qualcuno dicesse la frase sbagliata:
«Basta che torni tutto come prima.»

E allora parlò.

«No,» disse.
«Prima non era meglio.
Era solo più abitudinario.»

Silenzio.
Non ostile.
Sorpreso.

«Se volete protestare,» continuò Riccardo,
«non chiedete indietro un tavolo.
Chiedete chi decide dove va messo.»

Il verificatore smise di sorridere.
Donato posò il bicchiere.
Il mezzo protestante capì di essere diventato una persona intera.

Il confine oscillò.
Non per paura.
Per anticipazione narrativa.

E la protesta, finalmente,
fece la cosa più pericolosa possibile:
smettere di essere educata.

Quarto racconto - parte prima testo di Beppe Tritone
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